sabato 12 luglio 2014

I miei quattro conti con il dolore e la morte






Siamo a casa da soli, io e mio figlio, stasera. Abbiamo cenato come due fidanzatini, uno davanti all'altro, in salotto, senza TV. L'ho ascoltato raccontare le sue storie tra realtà e fantasie mentre, tra uno sguardo innamorato e l'altro,  gli urlavo di stare composto e di non mettere i piedi sul tavolo. 
Poi, ad un certo punto, nel pieno di questa estasi mista di amore vero e autocompiacimento (come mi è venuto bene!), ho pensato a Marco, che non ha potuto conoscere mio figlio e che per un giorno (lui è mancato il 2 maggio 2009 ed io ho saputo che aspettavo Renato l'1 maggio) non ha potuto neppure sapere da me che sarebbe arrivato. Ed ho provato un dolore acuto, una sorta di senso di disorientamento che ho dovuto lasciare velocemente per non spaventare il mio cucciolo che poco sa ancora di questo "zio" che non è più tra noi. 

Penso a Marco spesso ma ho imparato a gestire il dolore. Tranne qualche giorno fa, quando davanti ad una persona che ha acceso una sigaretta esattamente come faceva lui, mi sono ritrovata a piangere a dirotto, come se improvvisamente mi fosse saltato via un tappo dal cuore. 
Non è vero che il tempo allevia il dolore. Il dolore, quando arriva, è sempre uguale, se non più forte. Il tempo aiuta a trovare il modo di gestirlo perché noi si possa sopravvivere. Dice bene Angelo, il marito della nostra amata Wide nel suo ultimo post "E’ sempre peggio dopo. Chi lo ha vissuto lo sa. La sensazione di vuoto può arrivarti potente all’improvviso, da dietro, o esplodere da dentro in un istante, e travolgere ogni cosa come un tornado, che passa e lascia una scia di silenzio stordito e dolorante".
Avere dei figli aiuta tantissimo. Ho una meravigliosa distrazione di nome Renato che mi ha traghettato fuori dalla morte di Marco e poi, un anno e mezzo dopo, fuori dalla mia malattia. Ma il dolore non è inversamente proporzionale al tempo che è trascorso da quando la persona a noi cara se ne è andata. 
Lo dice bene anche la mia amata Emily Dickinson:


Sento spesso la mamma di Marco. Il suo dolore è disperazione. Implacabile, indomabile. Durante le nostre conversazioni telefoniche mi chiede spesso  perché dovesse capitare proprio a suo figlio di morire. E ancora, perché non è capitato a lei anziché a lui che aveva ancora tutta la vita davanti (Marco aveva 43 anni).  Con tutta l'umiltà che posso davanti ad argomenti così grandi e ad un dolore incommensurabile quale è il suo, tento una risposta (come direbbe Marco) a me e a lei. 
I giorni successivi alla morte di Marco, ricordo che mi sembrava quasi impossibile che tutto potesse esistere anche senza di lui. 
La sua città, Mestre, viveva e mi si presentava davanti uguale a se stessa nonostante lui non fosse più lì, nel suo ufficio, a casa, o lungo qualche strada di ritorno dalle sue cose. 
Ma come è possibile che tutto non si cancelli, che tutto questo esista ancora nonostante lui non ci sia più? 
E da lì, come una bimba che impara a fare le addizioni con le dita, ho cominciato a ragionarci seriamente sopra e a capire (meglio tardi che mai) che la morte non guarda in faccia nessuno. Neppure lui, il mio Marco. 
Che non esiste colpa per la nostra morte precoce (se siamo stati un po' cattivelli)  né ingiustizia (se invece eravamo persone rette e buone). Se vogliamo, potremmo parlare di sfiga. Ma lo trovo poco elegante nei confronti della persona di cui si sta parlando e della vita stessa. Il discorso di per sé, è banale, se non fosse che la nostra visione antropocentrica ci fa diventare l'ovvio una verità celata.

La medicina ha fatto passi da gigante negli ultimi 50 anni. La vita media si è allungata incredibilmente e noi uomini occidentali, cullati da un servizio sanitario che critichiamo ma che ancora ci cura, cominciamo a convincerci di avere il diritto a campare mediamente 80 anni, e anche qualche anno in più se siamo femmine. Sbagliato! E' una visione distorta della realtà che non ci aiuta ad accettare quello che ci capita o che capita a chi amiamo.
Poi ci sono le guerre. Quelle ammazzano bimbi, donne, tutti, indistintamente. Ma noi occidentali di guerre ne vediamo poche da qualche decina di anni. E i telegiornali ci evitano di farcele vedere per non farci perdere l'appetito e il sorriso idiota. Il sorriso idiota, sì. Quello vogliono, diceva una canzone di Vecchioni. 

Parlare di morte non mi spaventa. Parlare di cancro non mi spaventa. E' la mia vita. E non posso prescindere. Parlare di morte non mi farà morire prima. Io ci convivo con il pensiero della morte. Dovremmo tutti. Aiuta a vivere meglio il presente, fidatevi. 
Alcuni dei miei amici sono persone come me, che hanno affrontato la malattia o ancora la affrontano ma con una ironia e una forza che sono preziose come l'acqua che ci fa vivere tutti i giorni. 

Mi manca infinitamente Wide che sul tabù della morte ha scritto tutto quello che c'era da dire sull'argomento (ovviamente dal punto di vista del malato oncologico). 



Mi fa tenerezza la mia mamma quando si preoccupa per me perché un mio amico sta male o perché devo affrontare l'ennesimo controllo... Queste cose non ti fanno bene, mi dice. E io invece, mi preoccupo per lei perché questo suo atteggiamento mi fa capire che non sarebbe pronta ad accogliere notizie infauste che mi riguardano. D'altronde, quale madre lo sarebbe?
E ritorniamo al punto di partenza di questo post: il dolore non passa e non passerà. Si può solo imparare a gestirlo. La comprensione delle dinamiche della vita e della morte fanno parte della nostra parte razionale. Il dolore della nostra parte emotiva. 
La morte di Marco e la mia malattia mi hanno obbligata a farmi molte domande e a tentare qualche risposta. Le risposte che mi sono data non hanno avuto l'effetto di diminuire il dolore per la sua morte ma di sicuro mi hanno aiutato a canalizzarlo, e a volte perfino a trasformare il mio dolore in amore. L'amore che ho ricevuto da lui e che ora cerco di dare al prossimo per dare un senso di eterno a lui, a noi e al nostro esserci amati in modo così bello e speciale.









2 commenti:

  1. Cara,
    ti capisco in pieno.
    Il mio compagno di giochi di bambina è morto 13 anni fa che non aveva ancora 30 anni.
    Il dolore non passa, non riesco neanche ad andare al cimitero perché per me lui non si trova lì ma è con me ogni giorno e con il mio bambino a cui ho dato il suo nome.
    L'unica cosa che possiamo fare è vivere anche per loro.
    Un abbraccio
    claudia

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    Risposte
    1. Grazie Claudia. Ti abbraccio anch'io.

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